Geraldina Piazza

Il destino

Maggio 1972. 

Papà si era ammalato a dicembre, prima di Natale. Un ictus si direbbe adesso. Allora fu diagnosticata una trombosi. Una vena scoppia nel tuo cervello e la tua vita cambia, per sempre. A papà aveva preso il lato destro essendosi rotta nell’emisfero sinistro del cranio. Eh sì. Funzioniamo al contrario. Si paralizzarono braccio e gamba e la sua capacità di parlare. Per il resto lucidissimo. Imprigionato in un corpo che non ti appartiene più. A 51 anni e con una fulgida vita davanti.

Mamma, fino a quel momento placida casalinga, cercò di capire cosa fare per aiutarlo, e, consigliata da medici amici, se lo portò a Milano in una delle migliori cliniche per rieducarlo alla normalità.

Io, tredicenne, vagavo, ospite da una zia all’altra. A maggio era toccato alla zia Mimmi, sorella più grande e senza figli, che, con zio Gaetano, dirigeva una grossa azienda agricola sulle Madonie.

Eravamo in campagna quando, in questa grandissima fattoria a cui mancavano luce e telefono per una vecchia ruggine dello zio con chi doveva costruire la cabina che avrebbe smistato le linee, arrivò trafelato l’impiegato dei vicini. Loro avevano tutto, e, anzi, la loro linea telefonica era un “Posto di telefono pubblico”.

“Marchesa” le disse “hanno chiamato le sue sorelle da Palermo. Venga con me che fra poco la richiamano”.

Andammo tutti di corsa. Chissà cos’era successo per avere tutta quella fretta.

Fu così che appresi che un aereo era caduto su Montagnalonga, e che a bordo c’era la zia Gabriella con mia cugina Valentina.

Si fecero le valigie in fretta e, con un’angoscia opprimente, si scappò in città.

Qualche giorno prima, approfittando delle vacanze per le elezioni, la zia aveva preso mia cugina e se ne erano andate a farsi un week end a Roma dai loro amici Corrao, palermitani trapiantati lì da sempre. La zia l’avrebbe trascorso con gli adulti e Vale con Barbara e Federico, i figli, suoi coetanei.

Al momento di ripartire per Palermo, poiché la zia Gabriella voleva andare a votare, Valentina piantò una grana, visto che lei, quindicenne, non lo avrebbe potuto fare e che c’erano ancora giorni di vacanza. Così Annamaria Corrao disse alla zia: “Mi prendo io il biglietto di Vale, così non si spreca, vengo a votare e domani rientro”.

A quei tempi il biglietto aereo era come quello dell’autobus, c’era scritto su il nome, ma nessuno avrebbe controllato né men che meno, chiesto dei documenti.

Così, quando l’aereo andò a sbattere su un muretto a secco, fatto da un pastore, per un recinto per le sue pecore, sbriciolandosi, a noi arrivò la notizia della morte di entrambe. E solo dopo parecchie ore si seppe che a bordo non c’era Valentina ma Annamaria Corrao.

Nel frattempo mio fratello Massimo era a Milano con papà e mamma per aiutarli e, anche lui aveva deciso di rientrare per le elezioni. Aveva fatto un biglietto Milano – Roma e Roma – Palermo, solo che in aeroporto ebbe l’idea di chiamare mamma per comunicarle l’itinerario, e lei, con un piglio che le apparteneva, gli disse “Prendi un diretto, così ci sono meno decolli e atterraggi che sono pericolosi”. Mio fratello andò al banco Alitalia e cambiò il volo. Salvandosi, perché il suo Roma – Palermo era lo stesso della zia.

Strana la vita. Assurda per certi versi perché ti dimostra come una porta scorrevole (Sliding doors) che si apre o si blocca può stravolgertela. 

Penso che il nostro potere decisionale, sul nostro destino, sia nullo. Che noi si sia come un granello di polvere o come piuma al vento, di una bellissima poesia di Vinicius De Moraes, che recita così:

Felicità

Tristezza non ha fine
Felicità, sì
La felicità è come la piuma
Che il vento porta per l’aria
Vola lieve
Ma ha una vita breve
Bisogna che il vento non cada
La felicità del povero somiglia
Alla grande illusione del Carnevale
Si lavora l’anno intero
Per un momento di sogno
Per fare un costume
Di re, o di pirata o di giardiniera
Poi tutto finisce mercoledi
Tristezza non ha fine
Felicità, sì…
La felicità è come la goccia
Di rugiada sul petalo di un fiore
Brilla tranquilla
Dopo oscilla lievemente
E cade come una lacrima d’amore
La mia felicità sta sognando
Negli occhi della mia innamorata
E’ì come questa notte
Che passa, che passa
In cerca dell’aurora
Parlate piano, per favore…
Perché lei si svegli allegra come il giorno
Offrendo baci d’amore
Tristezza non ha fine
Felicità, si…

3 pensieri su “Il destino

  1. Monica

    Il racconto é un condivisione di vita… Grazie per averci portato nel cuore della fatalità, la poesia di Moraes é meravigliosa, parla al profondo del cuore… Sì la felicità è proprio la bellissima piuma che hai messo nella foto di Facebook

  2. Daniele Ficola

    Cara Geraldina hai proprio ragione. In quel terribile incidente ho perso mia cugina e suo marito, una famiglia decimata con due piccoli figli orfani. La ragazzina non si è mai più ripresa. Ti abbraccio. Daniele

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