Geraldina Piazza

Sliding doors

Una porta scorrevole si apre regolarmente e la vita scivola via in un modo, e un’altra si blocca e impedisce il passaggio e la tua esistenza prende tutta un’altra piega. Geniale.

Ma quante volte vi siete posti la fatidica domanda: “Come sarebbe stata la mia vita se quell’avvenimento non fosse accaduto?”

Nel film le due vite, parallele, sono quasi opposte. E nella vita VERA?

Detesto quelli che dicono: “Io, se tornassi indietro rifarei tutto perché anche gli errori sono un’esperienza” (da leggersi con la voce stizzosa della Litizzetto quando fa il verso a qualcuno che dice una cretinaggine). Io non rifarei affatto quelle che, alla luce di ciò che è successo dopo, sono da considerarsi minchiate. E sarei vissuta senz’altro meglio.

Ma ce ne sono altre che non sono dipese dalla nostra volontà, ma che ci sono cadute sulla testa come tegole.

La perdita di un padre, per esempio.

Avevo 13 anni quando, in un tranquillo pomeriggio in casa (non stava bene e non era andato in ufficio), sentii, in salotto, la puntina del giradischi che cadde pesantemente su un disco di Mozart. Non era da papà, che aveva un sacrosanto rispetto sia per i dischi che per il suo Thorens. Corsi in salotto e lo trovai accasciato, con una strana smorfia sul viso che glielo deformava.

Chiamammo subito il medico che, capita la gravità della situazione, ordinò un ricovero immediato. Aveva cinquantuno anni e un ictus devastante al lato sinistro del cervello aveva bloccato la sua capacità di parlare e il movimento di braccio e gamba destra per sempre.

Papà lavorava all’Irfis e si occupava dell’Ufficio Legale e della gestione dei Fondi Regionali. Era un pezzo grosso, insomma, lanciato verso una carriera più che fulgida. Ma, diceva, sorridendo che questo lavoro era un hobby, visto che componeva e suonava divinamente pianoforte, organo e fisarmonica e faceva le foto più belle che io abbia mai visto. Infatti, dal suo lavoro con Renzino Barbera, è nato uno dei più bei libri sulla Sicilia: SSSicilia.papà e Renzino

Il calvario, fra ricoveri, fisioterapia, logopedia e molto altro (altri due ictus di cui l’ultimo definitivo) durò otto anni e mezzo.

Durante tutta la malattia mio padre si alzava ogni mattina e sorrideva. Prendevano la macchina e facendo lunghe passeggiate andavano a vedere il mare, grande passione che lo confortò fino all’ultimo.

Molte volte ho ripensato alla sua situazione invalidante, ricordando che, nonostante tutto, continuava a fare foto e a suonare seppur solo con la mano sinistra. Sono certa che, se la stessa sorte toccasse a me, probabilmente, tenterei di farla finita.

Però la sua malattia, la sua “assenza”, è stata per me devastante. Nelle scelte, nella guida, nel confronto, nei consigli…

Mi sono sposata a 23 anni perché VOLEVO una FAMIGLIA, non ho mai finito l’università, pur mancandomi tre materie su trentuno, la media del 28 e la tesi sperimentale già fatta.

Il mio carattere si è indurito, l’asticella dei valori spostata, il baricentro delle cose che contano è virato verso ciò che è veramente importante. Quasi niente mi scalfisce…

Mi irrito se sento qualcuno lamentarsi per cose futili o per dolori superabili, bado poco alle apparenze, detesto infingimenti e pose.

Spesso sono odiata perché non commisero, non consolo, non conforto chi si piange addosso.

E poi ripenso al film e mi domando: come sarebbe stata la mia vita se papà mi fosse stato accanto? Non mi sarei sposata così giovane sbagliando, mi sarei laureata e con i suoi consigli avrei intrapreso una carriera soddisfacente, avremmo viaggiato come già facevamo quand’ero piccola, avrei rubato i suoi segreti di fotografo e avrei goduto della sua musica.

E chi può dirlo? Peccato che la mia storia è quella con la porta scorrevole bloccata.

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