Geraldina Piazza

Marcello e i suoi calcoli

La porta della camera era chiusa. Come sempre. Massimo e Marcello erano molto gelosi della loro privacy. Sia che fossero dentro sia che fossero usciti.

“Zitta tu che sei l’ultimo chiodo della carrozza” era una delle frasi che, abitualmente, mi rivolgevano per silenziare la mia petula. Naturalmente entrare nella stanza proibita era uno degli scopi principali della mia giornata.

Marcello non c’era mai, lavorava in banca e rientrava solo il sabato e la domenica, ma Massimo ci passava tutti i pomeriggi, con i suoi amici, ai quali era vietato anche solo rivolgermi la parola. Non per gelosia, certamente no, solo perché se guardavano la “sorella piccola” non erano più degni di stima.

Ogni tanto si coalizzavano e, guardandosi di sottecchi, mormoravano in modo assolutamente udibile: “Ma che fa? Glielo diciamo che papà e mamma l’hanno adottata?”

L’essere sopravvissuta a loro mi rende, oramai, invincibile!

Ma quando riuscivo a beccare l’attimo mi infilavo in camera e richiudendomi la porta alle spalle curiosavo a lungo fra oggetti familiari ma lontani, cioè, per me, intoccabili.

Il vecchio boccale di birra a forma di teschio di ceramica che poggiava su un libro con su scritto Amleto.Era assolutamente verosimile, tranne per quel manico sulla nuca (a forma di ossa) e per il coperchio sulla sommità.

La chitarra classica appesa al muro che non avevo idea di come potesse suonare armonie melodiose quando con me faceva solo suoni sgraziati. Era la principale arma di rimorchio di Marcello che però componeva solo testi “impegnati”.

I dischi “da grandi” che aspettavano accanto al giradischi: i Doors, i Rolling Stones, i Beatles e qualche vecchio disco di jazz di papà.

La tuba pieghevole da viaggio del bisnonno, retaggio di qualche festa di carnevale e adesso ornamento della lampada da tavolo della scrivania dove Massimo ancora studiava e che papà aveva usato per una foto d’arte che dovrei avere ancora conservata da qualche parte: Massimo dormiva, d’estate, in mutande, con una retina in testa con la quale cercava di domare e allisciare i boccoli di famiglia che mal si adeguavano al clima rivoluzionario del ’68 (lunghi sì, ma lisci, a spaghetto). Accanto al corpo un bastone da passeggio, alle spalle un mantello nero e sul cuscino la tuba. Da premio Pulitzer. Non si accorse di nulla ed ebbe la rivelazione a stampa avvenuta.

Marcello era entrato in banca da poco. Adorava i numeri. Aveva un settore riservato della libreria pieno di libri, quaderni e oggettini, intervallati da cartoline che arrivavano, principalmente, da Londra.

Un pomeriggio, in cui ero certa della lunga assenza di entrambi, riuscii anche a frugare in quella pila di quaderni tutti uguali, accatastati uno sull’altro e non in verticale. Erano quelli neri, con le pagine di una carta avorio liscissima e il frontespizio rosso, a quadretti medi. Li avevo sempre visti, in un angolo, o mentre Marcello ci scriveva sopra, concentratissimo. Erano almeno una ventina. Pensavo a un diario, a dei racconti segreti o alle parole delle canzoni che componeva di nascosto ma che io ascoltavo dalla mia stanza separata solo da una sottile parete in cartongesso. Erano tutte melodie tristissime con parole che istigavano al suicidio. Credo avesse letto troppo Baudelaire o altri “poeti maledetti”.

La sorpresa, aprendoli e sfogliandoli, fu grande, mista a una profonda delusione, come quando scoprite una scatola di latta di biscotti in dispensa e, aprendola, ci trovate solo chiodi e viti.

Qui c’erano numeri, calcoli e percentuali. Impilati in grande ordine, con i riporti pagina per pagina, e, accanto, “desideri”: automobili, motociclette, viaggi, investimenti in borsa e rendite mensili, case e rate di mutui che nessuno aveva mai sottoscritto.

E tutti i calcoli si concludevano con una somma che riconduceva a una cifra tonda: cento milioni.

La curiosità mi mangiava ma non avrei mai potuto chiederlo a lui autodenunciandomi.

Così ne parlai con mamma che si confidò con papà. E una mattina, a tavola, fra un boccone di cotoletta e una patatina, papà, con aria vaga gli domandò: “Ma che sono sti calcoli che fai tutto il giorno sui tuoi quaderni neri?” Lui sobbalzò, ma poi non osò chiedere come l’avesse saputo e candidamente rispose, con un po’ di vergogna. “Ho fatto un sogno: sono certo che vincerò il primo premio della Lotteria di Capodanno (cento milioni, appunto!) e mi porto avanti per capire com’è meglio investirli”. Restammo col boccone a mezz’aria fin quando papà non esplose in una risata fragorosa trascinando anche me, Massimo e mamma, mentre Marcello, furioso, arrossiva stizzito.

Premonizione? No. Cretinaggine

 

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