Geraldina Piazza

Marcello e i suoi calcoli

La porta della camera era chiusa. Come sempre. Massimo e Marcello erano molto gelosi della loro privacy. Sia che fossero dentro sia che fossero usciti. Naturalmente entrare nella stanza “proibita” era uno degli scopi principali della mia giornata.

Ogni tanto mi riusciva e curiosavo a lungo fra oggetti familiari ma lontani, cioè, per me, intoccabili. Il vecchio boccale di birra a forma di teschio di ceramica che poggiava su un libro con su scritto Amleto. Era assolutamente verosimile, tranne per quel manico sulla nuca (a forma di ossa) e per il coperchio sulla sommità.

La chitarra classica appesa al muro che non avevo idea di come potesse suonare armonie melodiose quando con me faceva solo suoni sgraziati.

I dischi “da grandi” che aspettavano accanto al giradischi: i Doors, i Rolling Stones, i Beatles e qualche vecchio disco di jazz di papà.

La tuba pieghevole (da viaggio) del bisnonno, retaggio di qualche festa di carnevale e adesso ornamento della lampada da tavolo della scrivania dove Massimo ancora studiava.

Marcello no. Lui era entrato in banca da poco. Adorava i numeri. Aveva un settore riservato della libreria pieno di libri, quaderni e oggettini, intervallati da cartoline che arrivavano, principalmente, da Londra. Un pomeriggio, in cui ero certa della lunga assenza dei fratelli, riuscii anche a frugare in quella pila di quaderni tutti uguali, accatastati uno sull’altro e non in verticale. Erano quelli neri, con le pagine di una carta avorio liscissima e il frontespizio rosso, a quadretti medi. Li avevo sempre visti, in un angolo, o mentre Marcello ci scriveva sopra, concentratissimo. Erano almeno una ventina. Pensavo a un diario, a dei racconti segreti o alle parole delle canzoni che componeva di nascosto ma che io ascoltavo dalla mia stanza separata solo da una sottile parete in cartongesso. Erano tutte melodie tristissime con parole che istigavano al suicidio. Credo avesse letto troppo Baudelaire o altri “poeti maledetti”.

La sorpresa, aprendoli e sfogliandoli, fu grande, mista a una profonda delusione, come quando scoprite una scatola di latta di biscotti in dispensa e, aprendola, ci trovate solo chiodi e viti.

Qui c’erano numeri, calcoli e percentuali. Impilati in grande ordine, con i riporti pagina per pagina, e, accanto, “desideri”: automobili, motociclette, viaggi, investimenti in borsa e rendite mensili, case e rate di mutui che nessuno aveva mai sottoscritto.

E tutti i calcoli si concludevano con una somma che riconduceva a una cifra tonda: cento milioni.

La curiosità mi mangiava ma non avrei mai potuto chiederlo a lui autodenunciandomi.

Così ne parlai con mamma che si confidò con papà. E una mattina, a tavola, fra un boccone di cotoletta e una patatina, papà, con aria vaga domandò a Marcello: “Ma che sono sti calcoli che fai tutto il giorno sui tuoi quaderni neri?” Lui sobbalzò, ma poi non osò chiedere come l’avesse saputo e candidamente rispose, con un po’ di vergogna. “Ho fatto un sogno: sono certo che vincerò il primo premio della Lotteria di Capodanno (cento milioni, appunto!) e mi porto avanti per capire com’è meglio investirli”. Restammo col boccone a mezz’aria fin quando papà non esplose in una risata fragorosa trascinando anche me, Massimo e mamma, mentre Marcello, furioso, arrossiva stizzito.

Premonizione? No. Cretinaggine

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