Geraldina Piazza

La grande Germania

tecnico

Papà amava la tecnologia. Tutta. Comprava l’ultimo modello di giradischi/amplificatore/registratore, la macchina fotografica più moderna, l’orologio più avveniristico, la televisione con i colori più brillanti e di ultima generazione, l’organo elettronico più straordinario, e, siccome si divertiva a cucinare, avevamo la centrifuga, tre pentole a pressione, la gelatiera, l’affilacoltelli elettrico e molto altro, non sempre fondamentale in cucina. Ricordo persino che si fece costruire dalla Gaggia, leader delle macchine per il caffè da bar, una macchina da casa (allora non in produzione), che tenevamo sulla consolle della camera da pranzo, insieme al macinino elettrico per avere il caffè sempre “fresco”. Naturalmente allora (era la fine degli anni ’60), tutte le cose più all’avanguardia erano di marca tedesca. La mia mamma odiava i tedeschi. Cioè: odiava tutto ciò che proveniva dalla Germania. E, purtroppo, gli oggetti la ricambiavano consapevolmente. Probabilmente un retaggio delle brutture di una guerra vissuta in pieno, e di tanti amici che facevano parte dell’”intellighenzia” ebraica, parecchi dei quali scampati alle leggi razziali per il rotto della cuffia. Ancora oggi, quando incontro vecchi conoscenti dei miei genitori, domando come fosse possibile un rapporto amoroso fra di loro… Mia madre, fra l’altro, non aveva alcuna dimestichezza con il progresso. Ricordo la sua maionese fatta a mano mentre il frullino stagnava nello stipo, il telecomando della televisione impugnato come un’arma e diretto verso il petto, i fiammiferi usati per accendere i fornelli ignorando l’accensione elettronica della macchina a gas. Ma un giorno papà arrivò a casa con un nuovo acquisto, dedicato unicamente a lei: una bella lavatrice! La mia mamma vide andar via la sua vecchia, adorata, Ariston con una lacrima in pizzo e volse uno sguardo carico d’odio alla nuova arrivata. Bianca, lucente e modernissima lavatrice. C’erano solo delle piccole controindicazioni. Intanto la lavatrice non aveva né manopole né tasti, ma solo un pulsante di accensione e spegnimento. Poi aveva, dietro, una specie di tasca metallica, in cui, di volta in volta, e a seconda del lavaggio che si intendeva fare, si inserivano delle grosse schede di plastica colorata (un po’ tipo floppy disk ma più grandi). A ognuna di queste schede corrispondeva un programma, con temperature, durata, centrifuga e molto altro. E in ultimo, non meno importante delle altre pregiudiziali, era una BOSCH, quindi tedesca. Papà, entusiasta per natura, non se ne accorse, ma aveva rotto un equilibrio che si basava sulla reciproca fiducia fra una vecchia e placida compagna di vita e la sua arretrata proprietaria. E da quel momento la sua vita non fu più la stessa. La nuova Bosch e le sue schede colorate durarono più o meno, un paio di mesi. Mamma non sapeva nemmeno leggere i nomi dei programmi in tedesco e non riusciva a infilare le schede nella giusta posizione. Quindi papà doveva programmare i lavaggi al posto suo la sera, appena rientrava dall’ufficio, affinché mamma potesse avviarli l’indomani mattina. Fin quando lei non riuscì a romperla in modo quasi irrimediabile. E scrivo quasi perché, forse, in fondo, qualcosa si sarebbe potuta fare; ma lei prese papà per stanchezza, e così come era arrivata, la scintillante lavatrice Bosh uscì di casa senza fanfare e senza flash. Per lasciare il posto a una banalissima Philco, la cui pubblicità faceva vedere, a Carosello, come continuasse a funzionare, anche dopo essere stata presa a mazzate. Era giusto quello che ci voleva per lei!

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