Geraldina Piazza

Il diritto di piangere

Da Wikipedia:

“Per pianto si intende comunemente l’atto di produrre e rilasciare lacrime in risposta ad un’emozione, sia essa negativa (dolore), che positiva (gioia)”.

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Per molti una vergogna, da nascondere con pudore. Io, invece, ne rivendico il diritto a poterlo praticare ogni volta che mi fa star meglio.

E ci sono momenti della vita in cui le lacrime diventano una valvola di sfogo ai sentimenti più disparati. Sarà che sono in un momento di particolare fragilità emotiva ma, devo confessare, magari senza esternazioni troppo spettacolari, che comincio a prenderci gusto.

E così piango, a destra e a manca, per ogni occasione.

Mi fanno gli auguri sui social in moltissimi, con frasi piene di affetto e d’amore, e io mi commuovo.

Mio marito mi prepara la minestrina in brodo, annaspando in cucina, e scende la lacrima.

Mi telefona un’amica, un po’ lontana, alla quale però voglio molto bene, e mi inonda di complimenti e di parole lusinghiere su come sono fatta. Resisto, chiudo la telefonata e scoppio in un pianto dirotto.

E il bello è che alla fine mi sento anche meglio.

Cammino per casa, portandomi dietro l’orribile sacchetto del catetere, riposto però in una schiccosissima busta di Casa Batillò che Fanny mi ha portato con un regalo da Barcellona, e, avvilita, mi seggo sullo sgabello della cucina e piango.

Le occasioni non mancano.

Mi dispiace solo aver pianto, qualche volta, in modo meno composto, ed essere stata scoperta da mio figlio quindicenne che, silenziosamente, si è seduto accanto a me e, con un braccio sulla mia spalla, mi ha consolato. Ma, probabilmente, è servito anche quello.

Non so a cosa possono essere paragonate le lacrime, se a delle perle che ognuno dovrebbe portare inanellate in una elegante collana da sfoggiare in mille occasioni, o a dei diamanti, da tenere nascosti per paura di averli rubati.

Ma poi penso che nessuno ruberebbe le lacrime perché ognuno dovrebbe avere le sue, piene di esperienze, sentimenti, orgogli sopiti e speranze deluse.

E ti accorgi che queste esperienze continuano a spostare il baricentro della tua vita verso il lato positivo, facendoti capire, se ancora ne avessi avuto bisogno, quali sono le cose che contano realmente, a cosa dare seguito, per cosa batterti e cosa mandare a fanculo.

E rivendico, in pieno, il mio diritto al pianto, anche dirotto e a singhiozzi, purché sincero e liberatorio, che, asciugate le lacrime, illumina gli occhi come un arcobaleno dopo un temporale di fine settembre.

E non voglio nemmeno aprire l’ombrello…

 

 

 

 

 

8 pensieri su “Il diritto di piangere

  1. Gianvera

    Cara Geraldina,
    hai proprio ragione, riuscire a piangere bene è un dono.
    Anni fa, nel mezzo delle mie infinite storie di accudimento dei miei familiari, tutti, contemporaneamente, o malati o fuori di testa, quando era d’obbligo che l’unica sana dovesse reggere il timone, presa dal delirio della responsabilità, mi si bruciarono i fusibili del meccanismo del pianto e non riuscii a farlo per molti anni. Fu molto duro, neanche quando morì il mio caro papà non ci riuscii. Riconquistai questa virtù quando, dopo 15 anni di malattia, mia madre morì.
    Goditi i pianti liberatori, di gioia o di rabbia, sicuramente ti aiuteranno a ritrovare energia e serenità e a ricominciare a gioire serena!

  2. Rita

    Mi sono ritrovata tra le pagine di questo blog dopo un incontro casuale su una panchina di un centro commerciale… alle prese con la classica spesa del sabato mattina.
    Sono felice di ritrovare la persona speciale conosciuta circa 15 anni fa, a cui, oggi lo so, mi lega non più l’attrazione per due occhi azzurri come il cielo, un sorriso disarmante e la voglia di sentirla parlare di qualunque cosa che, comunque, ti arricchirà ma anche quel “diritto di piangere” che reclama chi, come noi, e’ stato violentato da una malattia che, a un certo punto, stravolge la tua vita.
    Era quello che cercavo di fare capire a mio marito quando mi chiedeva se piangessi per paura di non farcela… in modo tale da provare a convincermi del contrario.
    Ma il problema non era quello… io sapevo o forse speravo di potercela fare… è solo che c’è un tempo per tutto… compreso quello, assolutamente sacro, delle lacrime che con il loro calore forse provano anche a darti un po’ del calore di cui hai bisogno.
    Ben ritrovata Geraldina….sarà un piacere, se lei vorrà, continuare a seguirla
    Rita

    1. Geraldina Piazza Autore dell'articolo

      Benvenuta, Rita, nel club di quelle che qualcuno definisce “supereroine”. Siamo donne normali, probabilmente un po’ spaventate, che cerchiamo di farci coraggio da sole, consce del fatto che i lamenti non servono a nessuno, e che, soprattutto, spaventano e allontanano gli amici e i familiari. Grazie per le belle parole. Il mio stare seduta sulla panchina era dovuto alla stanchezza e alle forze ancora non recuperate. Ma sono certa che tutto tornerà alla normalità quanto prima!

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