Geraldina Piazza

L’armadillo

Ci sono momenti della tua vita in cui le circostanze ti costringono ad aguzzare i sensi.

Non sempre è piacevole perché i nervi scoperti vanno in corto più facilmente e vorresti essere perennemente cosparso di aculei o di scaglie, come un grosso armadillo o un istrice puntuto.

La tivvù, sempre accesa, sputa le sue notizie a raffica, senza censure o riguardo per chi ascolta. 

Così una dottoressa, di non mi ricordo più quale ospedale del nord, raccontava qualcosa a cui non avevo completamente pensato, e di cui adesso ho risentito parlare al tg da dei figli disperati.

Una coppia di anziani viene prelevata dalla loro casa perché con dei sintomi sospetti. Iniziano i controlli e l’isolamento. Niente più visite dei figli, dei nipoti, di chi li vuol bene e niente contatti nemmeno telefonici perché i telefonini non entrano in terapia intensiva.

Qui, dopo poche settimane, lentamente si spengono, lucidissimi, con i pensieri sempre a chi si sta lasciando là fuori e un senso di impotenza. Dicono che si muore un po’ come è accaduto alla mia mamma con l’enfisema, come se si stesse affogando, in fame d’aria. Mamma me lo disse, in ospedale, poco prima di andarsene: “Lasciami andare, sono stanca. Mi sento come un pesce fuori dalla boccia”.

Così questa dottoressa ha fatto fare parecchie videochiamate a tanti di questi pazienti in fase terminale. Li ha fatti parlare, e ha fatto loro vedere, figli, nipoti, persone care. Chiamava questo file “la linea della vita”. 

Mi è sembrata un’attenzione struggente, tenerissima, alla quale non avevo mai pensato. 

E, ancora una volta, in questo periodo, mi sono messa a piangere.

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